Gruppo Anarchico Carlo Cafiero – Bari
Antiautoritarismo e Anticapitalismo, Libertà ed Emacipazione dalla schiavitù, Comunismo-Anarchico e Autogestione Sociale – in costruzione
INTERNAZIONALISMO

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Chiapas – Messico

EZLN

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CGT CHIAPAS

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Francia

Alternative Libertaire

http://www.alternativelibertaire.org/?Un-communiste-libertaire-dans-l-IFB-09-les-angles-morts-du-confederalisme

Un comunista libertario nell’International Freedom Battalion (IFB) #9

Gli angoli morti dei confederalismo democratico. La partecipazione degli “heval” (dei “compagni”) del PYD può giocare un ruolo propulsivo e inibitore allo stesso tempo.

Alternative Libertaire riporta le note del blog “Kurdistan-Autogestione-Rivoluzione” sul quale, oltre a Arthur Aberlin, impegnato con le YPG (Unità di Protezione del Popolo – ndt), contribuisce attualmente Damien Keller, anche lui impegnato nell’International Freedom Battalion (IFB). Nel corso delle settimane, farà da testimone della vita dentro l’IFB, dei dibattiti che vi si svolgono e dell’evoluzione del processo rivoluzionario nella Federazione democratica della Siria del Nord.

Damien Keller, Cantone di Cizîrê, 15 Marzo 2018

 


Nel cantone di Afrin le distruzioni sono enormi; a metà marzo c’erano già più di 200 morti e centinaia di feriti tra gli abitanti… Si va verso l’assedio della città. Le FDS (Forze Democratiche Siriane – ndt) e, tra loro, i volontari delle Forze Antifasciste in Afrin (AFFA) si preparano a resistere.
Inoltre, spostamenti forzati della popolazione sono stati segnalati in più punti del cantone di Shabha, per la maggior parte occupato dall’esercito turco e dai suoi ausiliari islamisti. Possiamo legittimamente temere un’operazione di epurazione etnica verso i curdi e gli yazidi. Alcuni islamisti ausiliari di Ankara lo minacciano apertamente.
E sempre continua il silenzio assordante degli alleati e partner della Turchia (Londra, Parigi, Washington, Mosca…). Tutta l’attenzione si è concentrata sul dramma del Ghouta orientale, dove l’esercito di Damasco e la Russia hanno ugualmente e deliberatamente preso di mira i civili.

Haukur Himarsson, anarchico islandese ucciso dallo Stato turco nel cantone di Afrin.

Come promesso alcune settimane fa, continuo nonostante tutto la pubblicazione di alcuni commenti critici sul processo rivoluzionario nel Rojava e nella Federazione democratica della Siria del Nord, frutto di osservazioni personali e discussioni con i compagni.

I limiti del potere popolare

Uno dei cardini principali del confederalismo democratico è la democrazia diretta. Come nella teoria anarchica, i consigli di quartiere e dei villaggi sono sovrani rispetto alle strutture federali delle regioni e dei cantoni, affinché il potere politico rimanga il più possibile sotto il controllo della popolazione. L’insieme di questi consigli locali è federato all’interno del Tev-Dem, il Movimento per una società democratica, di cui l’auto-amministrazione di ogni cantone è l’organo esecutivo.
La scommessa è che l’insieme delle comunità etnico-confessionali sia rappresentata nei consigli affinché nessuno si senta escluso. Questo aspetto è molto importante in un contesto in cui, dai tempi dell’Impero ottomano, il potere centrale, gli imperialisti e i borghesi locali hanno sempre messo le comunità le une contro le altre.

Casa del Popolo di Qamislo, Giugno 2014.

Queste istituzioni di base, nei quartieri e nei villaggi, soffrono comunque di una mancanza di partecipazione da parte della popolazione. La situazione di guerra civile non aiuta ma sembra comunque esserci una reticenza ideologica da parte di certe categorie della popolazione rimaste fedeli al regime di Bashar Al-Assad. Questo aspetto è problematico nel caso di villaggi dove non c’è una presenza etnico-confessionale mista, come spesso accade.
C’è anche una distorsione, per effetto del ruolo dirigente svolto dal PYD. I suoi e le sue militanti sono in effetti molto attivi nell’insieme delle istanze democratiche, e i non militanti possono arrivare a considerare queste strutture del Tev-Dem come principalmente di competenza degli heval (“compagni”).
Si tratta di una contraddizione che i militanti e militari libertari conoscono bene, e che è quella dell’ “animatore autogestionario delle lotte”, che può giocare un ruolo allo stesso tempo propulsivo e inibitore.

I vincoli del doppio potere

Così come rifiuta il separatismo, e non vuole rimettere in discussione le frontiere statuali attuali, il confederalismo democratico si è costituito come un potere popolare obbligato a coesistere, per un tempo indefinito, con il potere dello Stato. Nella pratica, questa situazione conduce ad una doppia amministrazione molto pesante per gli abitanti che hanno come riferimento allo stesso tempo il Contratto sociale della Federazione democratica della Siria del Nord e la legge della Repubblica, cioè l’amministrazione di Bashar Al-Assad.
La democrazia prevale anche dentro le forze armate YPG-YPJ (rispettivamente le Unità di Protezione del Popolo e le Unità di Protezione delle Donne, ndT) nelle quali gli ufficiali uomini e donne di primo livello sono eletti dalle loro unità. Tuttavia, l’alto comando, che guida la strategia militare, è nominato dal PYD.
La teoria confederalista non ha portato novità nell’analisi di classe. In effetti, essa non l’ha quasi per niente affrontata, anche se la grande borghesia della regione sicuramente teme il potere popolare attualmente in piedi, e i media liberali occidentali sono sicuramente consci che ciò che è in gioco qui riguarda il nostro campo sociale. Appare quindi necessario vedere se questa fragilità non condurrà, nei prossimi anni, a una onnipresenza della piccola borghesia dentro i consigli. La rivoluzione del Rojava è ancora troppo giovane e questa è una delle questioni in sospeso.
Sulla questione economica non c’è molta elaborazione. La Federazione democratica della Siria del Nord dipende sempre dalla lira siriana il cui valore è sempre dettato dalla Banca centrale, controllata da Bashar Al-Assad. Il non-controllo della moneta limita necessariamente l’autonomia economica della Federazione e la sua capacità di lanciare delle riforme sociali, mentre la regione vede una grande disoccupazione. In ogni caso, se la Federazione democratica della Siria del Nord evolve verso un’autonomia economica, sarà sicuramente a prezzo di un braccio di ferro col regime di Damasco, che non si lascerà tanto facilmente portare via i campi cerealicoli e petroliferi situati nel Rojava.

(traduzione a cura di g.a.c.c.b.)


Rojava – Kurdistan 

http://kurdistan-autogestion-revolution.com/

https://internationalistcommune.com/sehid-sevger-ara-makhno/

http://www.uikionlus.com/anarchici-si-uniscono-alla-lotta-contro-isis/


Uruguay

fAu, federazione Anarchica uruguaiana

federacion Anarquista uruguaya

Lucha Libertaria

– 3 agosto 2018

Incontro con la fAu Roma, sede nazionale Unicobas, V. Casoria, 16, h. 18.00
Organizzato da UNICOBAS, Camera del Lavoro Autorganizzata di Roma (USI) e Alternativa Libertaria

– 9 agosto 2018

Declaración de la Federación Anarquista Uruguaya acerca de los sucesos en Nicaragua

(traduzione in italiano a cura di g.a.c.c.b.)

Dichiarazione della Federazione Anarchica Uruguaiana sui fatti in Nicaragua

Il 19 luglio 1979 (43 anni dopo l’inizio della Rivoluzione spagnola contro il colpo di Stato di Franco) in Nicaragua trionfava una rivoluzione dal chiaro contenuto popolare. Si poneva così fine alla dittatura lunga 46 anni della famiglia Somoza, grandi proprietari del Nicaragua e rappresentanti** degli Stati Uniti. Dal 1855, con l’invasione del “filibustiero” Walker, il Nicaragua è stato un enclave (gli autori probabilmente intendevano un exclave, cioè un territorio separato dal territorio sovrano – ndt) nordamericano, una specie di semi-colonia, un paese “libero” e “indipendente” solo formalmente, dove il controllo degli Stati Uniti era totale in tutte le attività nicaraguensi.

Le gesta di Sandino con il suo “Esercito Ribelle”, il cui principale obiettivo era espellere i marines nordamericani, mise in discussione questa presenza tra il 1926 e il 1933. L’assassinio di Sandino per mano di Anastasio Somoza, in una vera e propria imboscata, a tradimento, porta alla sconfitta dell’Esercito Ribelle e al trionfo della reazione più disgustosa e vile al servizio dell’imperialismo nordamericano.

Senza dubbio, il popolo del Nicaragua continuò a resistere. Con piccole azioni, incluso l’assassinio di Somoza, senza però poter evitare che la sua famiglia si ponesse sul trono come dinastia. I Somoza erano proprietari letteralmente di mezzo Nicaragua. Il resto del paese era nelle mani di una debole borghesia e degli interessi yankee. La Chiesa era sempre fedele alleata dei Somoza e dello status quo.

La Resistenza popolare si orientò verso piccole azioni di guerriglia finché, nel 1961, si forma il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale sotto l’influsso della Rivoluzione cubana e con la prospettiva di scacciare la dittatura dei Somoza, rendere definitivamente indipendente il paese e aprire una strada per il Socialismo. L’influenza del FSLN cresceva a livello popolare: tra gli studenti dell’Università – dove furono reclutati molti dei suoi militanti – svolgendo lavoro di organizzazione nei quartieri, tra i contadini e altre organizzazioni popolari…

I “contra”…

Gli Stati Uniti, tuttavia, non accettarono la Rivoluzione sandinista. Logicamente. Si creavano problemi nel loro “cortile”. Si diffondeva un cattivo esempio, proprio nel momento in cui l’America centrale era infiammata da varie esperienze di guerriglia in ascesa, come in Colombia.

Nel 1981 Ronald Reagan, feroce “anticomunista”, assume la Presidenza degli Stati Uniti. Organizza e dirige, con il suo staff di governo, i “contra” nicaraguensi: un esercito paramilitare, controguerrigliero, che svolgesse una “guerra sporca” contro la Rivoluzione sandinista. Dall’Honduras, storica base dell’imperialismo yankee in Centroamerica, le forze dei “contra” invadevano e attaccavano il Nicaragua, principalmente portando avanti una guerra economica, distruggendo raccolti e servizi pubblici ma anche assassinando figli del popolo per imporre il terrore. Tutto con l’appoggio yankee, dimostrato anche dall’accordo “Iran-Contra” con il quale gli USA vendevano armi all’Iran (non faceva parte, l’Iran, dell’ “asse del male”?) per finanziare i “contra”. Un’operazione multimilionaria, illegale, uno sporco affare per aggredire il popolo nicaraguense.

Negli anni ’80 la Rivoluzione sandinista aveva fatto importanti passi avanti: la campagna di alfabetizzazione – un esempio in tutta l’America Latina – , le cooperative, la formazione delle milizie per far fronte ai “contra”. A sua volta, il “governo provvisorio” sorto nel 1979, si va trasformando in un governo nel quale si impone l’FSLN, lasciando qualche spazio di partecipazione a settori della borghesia che formavano parte dell’alleanza per sconfiggere i Somoza. Nel 1984, con un atto senza precedenti, la Rivoluzione fa svolgere le elezioni e viene eletto Daniel Ortega, che già faceva parte ed era una figura rilevante del “governo rivoluzionario”.

Nella lotta ai “contra” parteciparono e caddero decine di combattenti latinoamericani, così come nel processo rivoluzionario. Quella nicaraguense fu una rivoluzione che riscosse grande appoggio e solidarietà latinoamericana. Compagni di diverse tendenze politiche combatterono in Nicaragua negli anni ’70 e ’80 e molti vi caddero. Si difendeva una rivoluzione vittoriosa davanti alla minaccia e all’aggressione del nord e delle parti più marce della società nicaraguense, che cercava di tornare al “somozismo” senza i Somoza.

Tuttavia, i principali pericoli erano lì: da un lato, una borghesia viva e vegeta, con i suoi mezzi d’informazione, buona parte delle sue proprietà intatta dato che non erano dei Somoza, e che cercava un cambio di regime, una democrazia liberale alleata degli USA e, dall’altra parte, anche il fatto che il Sandinismo aveva lasciato in piedi e funzionanti meccanismi e apparati propri del sistema capitalistico: non soltanto la proprietà privata. Era ancora lì quell’istituzione tanto preziosa per il sistema: le elezioni nel segno della “democrazia” borghese. In questo modo si ipotecava la Rivoluzione. Perché, tra le altre cose, se il FSLN avesse perso le elezioni, la così detta rivoluzione sarebbe caduta di colpo. Un meccanismo, una rete intrappolante, di pieno controllo da parte del sistema capitalista.

E così accadde. Nel 1990, Violeta Chamorro vince le elezioni, con grande sostegno degli Stati Uniti, e pone fine all’esperimento rivoluzionario sandinista in corso. Si negozia la fine del conflitto armato con i “contra”, che di fatto avevano trionfato a livello politico. Venne mantenuto parte dell’apparato militare sandinista nell’Esercito del Nicaragua. L’FSLN si trasformò in un partito politico elettorale e cominciò la “Piñata”: la rivoltante spartizione delle proprietà (tra le quali svariate case di lusso e imprese) degli ex-somozisti e che passarono nelle mani dei sandinisti. Parte di tutto questo già stava accadendo negli anni ’80, ma a partire dal 1990, con il pretesto che “se lo prendono altri” o “se non abbiamo ricchezza e potere ci ammazzeranno”, la dirigenza sandinista si convertì in una nuova borghesia e cominciò a trattare con i settori dell’opposizione e con i “contra”.

L’FSLN fu sconfitto in varie elezioni nel corso degli anni ’90. Abbiamo visto come all’inizio degli anni 2000 l’FSLN abbandonava la bandiera rossa e nera e prendeva il rosa come suo colore, e come Daniel Ortega si sia sposato in chiesa con Rosario Murillo e con Monsignor Ovando y Bravo che celebrava la cerimonia. Monsignor Ovando y Bravo, cardinale del Nicaragua, massima espressione dei “contra” negli anni ’80, diventava ora un fedele alleato del Sandinismo contemporaneo.

Il Nicaragua di Ortega

Daniel Ortega tesse alleanze con ex membri e capi dei “contra” e con la Chiesa cattolica, li definì “alleati congiunturali” per le elezioni del 2006, ma la cosa certa è che sono stati i settori che hanno fatto da base di governo nel matrimonio Ortega-Murillo da 12 anni a questa parte.

È impossibile negarlo: hanno vinto le elezioni ripetutamente. Senza i classici brogli tanto comuni in America Latina per gran parte del Ventesimo secolo. Tuttavia, questi trionfi elettorali e il potere che Ortega concentra nelle sue mani derivano da queste torbide alleanze con i settori più reazionari del Nicaragua e da una forte alleanza con il mondo imprenditoriale. Interclassismo puro e duro, “sinistra” e destra mischiate, realpolitik portare all’estremo. Ma questo ha delle conseguenze… “Cresci corvi e ti strappano gli occhi”, dice il detto popolare. Più o meno siamo lì.

È innegabile che si sia riusciti a realizzare qualcosa della politica riformista, che si siano rafforzati i progetti cooperativi a livello popolare, che il governo conti su una base di appoggio sociale considerevole, che si è in qualche misura innalzato il livello di vita, per quanto il Nicaragua continui ad essere il secondo paese più povero dell’America Latina. Non possiamo non parlare, anche se brevemente, del ruolo delle maquilas, la costruzione di centinaia di fabbriche straniere nelle zone franche dove lo sfruttamento e le condizioni di salute dei lavoratori sono un fatto terribile. È altrettanto nota la concentrazione di potere nel binomio Ortega-Murillo, che sono parte del sistema capitalista, e che svariate figure storiche del FSLN storico si sono allontanante da questa formazione con posizioni politiche diverse.

Gli sviluppi degli ultimi mesi hanno richiamato con forza l’attenzione su ciò che sta crescendo in Nicaragua. È eruttato un vero e proprio vulcano. Senza dubbio, le vittorie elettorali dell’FSLN non potranno nascondere per molto tempo il malcontento di settori della popolazione che andava maturando. E che, per di più, è esploso quando il governo di Ortega tocca, con una misura chiaramente antipopolare, l’età di pensionamento e le pensioni. In quel momento si sono messe in moto forme di lotta degli studenti e di vari settori popolari.

Immediatamente sono accadute due cose: una feroce repressione dell’apparato politico statale e l’accusa alle mobilitazioni di essere espressione di settori della borghesia. Rapidamente si sono fatte barricate e ci sono stati violenti scontri. Niente di diverso rispetto a quanto è sempre successo nelle lotte del popolo nicaraguense. Però quello che sta succedendo ora, al di là di tutta la disinformazione attorno a queste vicende, è che la destra, con lo spettro della penetrazione e dell’azione imperialista che vede coinvolti da organismi “umanitari” e “democratici” al Comando Sur (Comando degli Stati Uniti per il Sud, ndt) ad agenti della CIA senz’altro, ha messo in piedi queste mobilitazioni per cercare di rimuovere Ortega dal governo.

Ad ogni modo, a questo punto bisogna chiedersi: se per più di un decennio di governo di Ortega non ci sono stati scontri importanti con la destra e con l’impero, se la politica degli Stati Uniti non ha impiegato le sue abituali tecniche contro questo governo, mentre l’ha fatto contro altri governi “progressisti”, perché ora? Perché la rottura con questa certa storia d’amore tra imprenditori, chiesa e impero?

Ci sono fattori geopolitici strategici di potere dell’impero che pesano nel puzzle e che impongono un cambio di atteggiamento. C’è di mezzo la costruzione del canale interoceanico con capitali cinesi, legato alla sua strategia di espansione economico-politica. Centra anche la stazione di ascolto elettronico russa istallata a Managua.

Dobbiamo essere precisi e separare le cose: da un lato, è chiaro che gli USA vogliono destabilizzare tutti i governi sudamericani che non si allineano con la sua politica estera. Da tempo gli USA operano in Nicaragua con il governo di Ortega, solo che adesso questo governo non è utile e ha orientamenti internazionali che non gli piacciono. È altrettanto logico che la borghesia e i settori latifondisti si mobilitino contro qualsiasi tiepido provvedimento che favorisca in qualche misura i settori popolari. Abbiamo dei chiari e recenti esempi di questo nel nostro paese.

Al di là dell’attacco della destra e degli USA, ci si dovrebbe porre a difesa di questo processo? No. Non ha niente a che vedere con chi sta in basso. Ovviamente l’impero e la destra lanciano attacchi a sorpresa contro gli interessi popoli e per bloccare quelle tiepide riforme che hanno significato l’appoggio a governi “progressisti” e finalizzata all’azione di contenimento che il sistema necessitava in quel momento. Già di per sé non tollerano i governi redistribuitivi del “capitalismo dal volto umano”. Ritengono che il momento di maggior pericolo sia passato. A volte vorrebbero un altro Ortega che applichi in modo ancora più rapido le richieste del F.M.I., dell’impero e della destra in generale. Che non lavori tanto e solo per sé stesso. In questo rompicapo non c’è nessuna causa popolare in gioco.

Qui non possono esserci mezze misure né ipocrisie politiche. Tantomeno per queste “tattiche” di coprire infamie e atrocità perché si pensa ancora che questo governo abbia un lontano passato di sinistra. Questo governo si identifica totalmente con il capitalismo e la sua linea neoliberista. Esercita una dittatura brutale, tortura, assassina e fa sparire gente del popolo in lotta. Gente di quei quartieri operai e altamente impoveriti che dicono “Basta!”. Militanti impegnati nella causa della Rivoluzione sandinista, che lottarono su tutti i fronti e rischiarono la vita per essa, oggi si tormentano per quello che sta succedendo e che è la negazione totale di quello per cui lottarono.

La lotta legata ai veri interessi del popolo, di quelli che stanno in basso, sta dall’altra parte, è un altro cammino. Il popolo indipendente del Nicaragua aspira ad una vita migliore, una lotta contro tutte le ingiustizie, da qualsiasi parte vengano, come tutti i popoli.

Per quanto siano mischiate le carte in questo conflitto, noi anarchici della FAU abbiamo sempre spinto per la costruzione del Potere Popolare al di fuori e contro lo Stato e tutti gli apparati del sistema che lo sostengono, fuori dalle logiche elettorali borghesi, perché in quei luoghi non si conquista il potere ma ci si inserisce nel e compromette con il potere reale. Per queste strade nessun governo, nessun processo politico-sociale potrà costruire il Socialismo e abbattere il Capitalismo.

Per questo, l’alternativa, quella di chi sta in basso, è la lotta, la costruzione di un Popolo Forte in un processo verso l’autentico Potere Popolare. Non ci sono altre vie. Sono momenti confusi, dove malgrado tutto si aprono spazi per un’azione anticapitalista coerente. Con tattiche e strategie che immergano le mani nei processi e nelle congiunture presenti, ma con davanti una prospettiva sociale di cambiamento profondo. I popoli hanno cercato e troveranno alternative per il cambiamento di fronte alla crudele situazione che vivono, ma quando scelgono il cammino delle urne, sotto l’influenza dei soliti noti, il futuro è già morto.

Con il popolo del Nicaragua e per l’autodeterminazione.

Per un processo coerente con il cambiamento delle relazioni sociali.
Dove il popolo andrà decidendo il suo futuro nella lotta di ogni giorno.

Viva chi lotta!