Gruppo Anarchico Carlo Cafiero – Bari
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Uno sguardo sulla Guerra Civile Siriana

Bari, 18 Agosto 2018

Uno sguardo sulla Guerra Civile Siriana.

g.a.c.c.b.

Una guerra tra democrazia e dispotismo? Tra laicismo e fondamentalismo?

La Guerra civile siriana, dopo la riconquista da parte dell’esercito di Bashar Al-Assad della roccaforte ribelle di Daraa e di tutto il territorio controllato dai ribelli e dallo Stato Islamico nel sud, ai confini con Israele e con la Giordania, entra in un’ennesima fase, forse quella finale, dello scontro tra le diverse fazioni che si sono contese il paese dallo scoppio delle proteste antiregime in Siria, nell’ormai lontano 2011, sull’onda della “Primavera araba”, seguite poi dalle violenze vere e proprie che hanno devastato il paese.
Questa guerra ci è stata raccontata fin dall’inizio come, da un lato, un conflitto tra il dispotismo del regime di Assad e un’opposizione democratica, più o meno moderata, che si era legittimamente ribellata al dominio repressivo del regime durato decenni oppure, dall’altra, come uno scontro tra un regime laico e secolare e il fondamentalismo terrorista che mirava a sovvertirlo. Sullo sfondo, la presenza delle potenze regionali e mondiali alleate dell’una o dell’altra fazione (governative e antigovernative), è diventata via via più ingombrante, oscurando a tratti, con la loro retorica e la loro propaganda, le vere ragioni di questa ennesima devastante guerra in Medio-oriente.

Chi sta combattendo chi?

Osservando più da vicino la composizione delle opposizioni, qualunque osservatore più attento si poteva accorgere, già diversi anni fa, che il fronte delle opposizioni era molto più eterogeneo di quanto i media occidentali abbiano voluto presentarcelo, oscurando la presenza di quelle forze fondamentaliste (in primis Al-Qaida, poi tutti gli elementi che hanno costituito lo Stato Islamico), proprio nel tentativo di legittimare pienamente, a livello internazionale, l’unanime condanna di Assad e il conseguente supporto materiale fornito dai paesi NATO (e da alcuni paesi arabi, in testa l’Arabia Saudita) alle opposizioni armate. Pur di sconfiggere Assad, gli occidentali stavano, nei fatti, direttamente o indirettamente, finanziando il nemico che avevano inseguito in mezzo mondo dopo l’11 settembre 2001: quell’Al-Qaida responsabile dell’attentato alle Torri Gemelle, alleato dei Talebani in Afghanistan, colpevole di decine di attentati e delle insurrezioni in Iraq contro le forze di occupazione internazionali dopo la caduta di Saddam Hussein.

Per molto tempo le autorità dei Paesi NATO e i media occidentali (tranne pochissime eccezioni e mai troppo visibili) hanno parlato genericamente di una non ben specificata “opposizione moderata” siriana senza mai fare precisamente, come si suol dire, “nomi e cognomi” della galassia di gruppi e tendenze che si opponevano al regime. È vero che nell’opposizione civile siriana originale, ed anche in quella armata nei primi mesi e anni della guerra (che va avanti ormai dal 2011) esistevano dei nuclei dalle aspirazioni democratiche che contestavano genuinamente l’autoritarismo feroce del regime. Al contrario dei “complottisti” che vedono qualsiasi guerra civile solamente come una sofisticata operazione dei servizi segreti occidentali (CIA in testa), è ragionevole pensare che in Siria come altrove ci siano effettivamente state proteste assolutamente spontanee che sono state poi cavalcate e strumentalizzate da chi aveva invece obiettivi molto precisi e in linea con ben altri interessi oltre la questione “democrazia contro dispotismo”. Tra gli oppositori del regime di Assad, infatti, c’erano anche le formazioni rivoluzionarie di curdi dell’YPG e dell’YPJ che nel nord della Siria, in particolare nel Rojava [in curdo, “(Kurdistan dell’) Occidente”], avevano / hanno un progetto di profonda trasformazione sociale, radicalmente democratica e “socialista”. Per ovvie ragioni, gli obiettivi rivoluzionari dei curdi sono rimasti sullo sfondo. Solo durante la Battaglia di Kobane del 2014, nel nord della Siria sul confine con la Turchia, durante la quale i miliziani e le miliziane curde scacciarono lo Stato Islamico, ai curdi fu dato un po’ di risalto…ma anche in questo caso dipingendo la scontro semplicemente come uno tra il fondamentalismo dello Stato Islamico e la non meglio identificata “parità di genere” rappresentato dalle donne combattenti curde. Era sicuramente di grande impatto mediatico mostrare i misogini miliziani dello Stato Islamico ricacciati da delle donne, ma anche questo non ha fatto che oscurare le ragioni più profonde dei vari fronti del conflitto.
L’aver nascosto la natura, anzi le nature delle opposizioni siriane, ignorando la crescete presenza degli islamisti, ha permesso di giustificare davanti all’opinione pubblica occidentale i finanziamenti e il supporto militare dato ai fondamentalisti islamici. Tutto, insomma, pur di sconfiggere Assad. Anche allearsi con forze che, altrove nel mondo, sono nemiche e contro le quali l’allora Presidente degli Stati Uniti George W. Bush lanciò la Guerra al Terrorismo, per la quale tante politiche securitarie sono state approvate dai paesi alleati NATO. Per la quale anche l’Italia si è imbarcata in guerre in mezzo mondo le cui conseguenze (la destabilizzazione del Medio Oriente e l’immenso flusso di migranti) stiamo osservando oggi.

Ad ogni modo, nello scegliersi gli alleati o quelli cui dare aiuto, non sembra infatti che la democrazia rientri veramente o del tutto nelle preoccupazioni occidentali dal momento che l’Occidente “democratico”, sempre pronto a fare guerre “umanitarie” in mezzo mondo, rimane alleato di regimi religiosi totalitari come l’Arabia Saudita dove non esiste alcuna forma di democrazia, tutto il potere è fermamente nelle mani delle famiglie aristocratiche regnanti ed esistono pene corporali, la tortura e perfino la pena di morte per i dissidenti. Un’Arabia Saudita i cui tentativi di apertura recenti, vedi il permesso di guidare alle donne, servono probabilmente a salvare la faccia davanti all’opinione pubblica mondiale. Come l’Arabia Saudita, molti altri regimi autoritari sono alleati dell’Occidente, mentre altri relativamente meno dispotici e dove alcune forme di democrazia (sotto tutela) sono tuttavia concesse (vedi l’Iran) vengono considerati nemici. Se la scala di valori fosse la democrazia, sarebbe lecito pensare che, senza dimenticare affatto gli aspetti autoritari di una società, si dovrebbe essere più vicini a chi una qualche parvenza democratica ce l’ha.

Tutto questo ha in realtà delle ricadute profonde anche in conflitti come quello siriano, dove col tempo varie fazioni pro o antigovernative sono state via via massicciamente finanziate e supportate materialmente da potenze straniere, con il piccolo particolare che quelle forze sul campo spalleggiate dagli alleati dell’Occidente erano e sono tutt’ora considerate “legittime” mentre quelle finanziate dai nemici dell’Occidente sono considerate “terroristiche” ed espressione dell’espansionismo iraniano. Hezbollah, formazione fondamentalista sciita che combatte in supporto di Assad, riceve un grande aiuto dall’Iran sciita, tuttavia se ne ribadisce continuamente la natura terrorista. Altre formazioni fondamentaliste sunnite, finanziate (direttamente o meno) da Arabia Saudita, Turchia ecc., sono state invece, a seconda dei momenti, incluse in quella variegata “opposizione moderata” anche se “moderati” non lo erano minimamente. Anzi.

Narrazioni false e tendenziose. Mettere il conflitto siriano, una volta per tutte, nella sua giusta luce.

L’opinione pubblica occidentale avrebbe forse dovuto sapere molto prima quanto preponderante sia diventata la presenza islamista sunnita tra le fila dell’opposizione dall’inizio della guerra. E, più in generale, l’opinione pubblica mondiale avrebbe dovuto sapere quanto gli elementi fondamentalisti islamici stiano giocando un ruolo importante tanto contro tanto a favore di Assad: tra gli sciiti, in suo aiuto, oltre ad Hezbollah, sono accorse brigate islamiste sciite dall’Afghanistan, per non parlare della Guardia rivoluzionaria iraniana, uno dei bracci armati più fedele al regime degli Ayatollah.

È importante sottolinearlo e mettere il conflitto siriano nella sua giusta luce, perché così come i poteri e i media occidentali hanno dipinto il conflitto come uno scontro “tra democrazia e dispotismo” per avere dei pretesti contro il regime siriano, i poteri vicini ad Assad (in particolare la Russia di Putin) hanno invece dato un’altra chiave di lettura del conflitto, non meno parziale: presentandolo cioè come uno scontro tra il regime laico di Assad e il terrorismo fondamentalista religioso.
Nessuna delle due narrazioni regge, in quanto sono “fondamentaliste” tanto le formazioni sunnite contro Assad tanto le formazioni sciite pro Assad. Il cospicuo aiuto materiale che alla Siria è stato fornito, oltre che dalla Russia, dall’Iran dovrà essere in qualche modo ricambiato ed è inutile ignorare che se le opposizioni siriane sono state trasformate in uno strumento dell’espansionismo sunnita nell’area, la presenza di Hezbollah (e compagnia) è uno strumento dell’espansionismo iraniano in un conflitto che nel mondo arabo-islamico va avanti da secoli tra le due grandi “correnti” dell’Islam: quella sunnita e quella sciita che vedono contrapposte, innanzi a tutti, rispettivamente Arabia Saudita e Iran. Ignorare questo livello del conflitto ha permesso tanto alla NATO tanto alla Russia di dipingere la guerra in un modo assolutamente congeniale ai loro interessi: strappare un territorio, sotto false pretese, alla sfera d’influenza della potenza rivale partecipando al e in qualche modo indirizzando il conflitto tra potenze regionali.

Un’altra guerra imperialista che ha cavalcato e sacrificato le vere lotte interne della Siria.

È bene lasciarsi alle spalle entrambe le narrazioni. In Siria, malgrado l’oggettiva eterogeneità tanto delle forze antigovernative tanto delle forze progovernative, la battaglia non è né tra democrazia e dispotismo né tra laicismo e fondamentalismo. È uno scontro sia tra forze interne alla Siria per il potere, sia tra potenze regionali rivali, sia tra superpotenze mondiali per il controllo strategico di un territorio e delle sue risorse. Rispettivamente, Arabia Saudita e Iran a livello regionale, NATO e Russia (con sullo sfondo una Cina apparentemente più neutrale), hanno fatto di tutto per strappare questo territorio al proprio nemico.
Le dinamiche propriamente interne della Siria sono state quelle più trascurate in tutte le narrazioni. Era conveniente, come abbiamo detto, sia all’Occidente e compagni, sia alla Russia e compagni ignorare le complessità della società siriana – come è accaduto spesso per tutte le altre realtà medio-orientali. Si ignora il fatto che la famiglia e il clan degli Assad (gli sciiti alawiti) detengano fortemente il potere da decenni a scapito di altri gruppi. In Medio oriente, dove le etnie sono ancora molto presenti e distinte fra loro, e dove spesso c’è una distribuzione squilibrata del potere tra le etnie si verificano situazioni in cui un’etnia domina sulle altre, con tutte le discriminazioni, conseguenze e del caso e le tensioni sociali ed etniche che crescono nel tempo. Ad esempio, come accade in altri paesi, ai curdi nel nord veniva negata la loro identità e la loro lingua né godevano di pieni diritti. Una parte della componente sunnita della Siria era acerrimamente nemica degli Assad alawiti detentori esclusivi del potere. E così via. Non è nemmeno un caso che il modello proposto dai curdi, il Confederalismo democratico di Abdullah Ocalan, che il leader del PKK in prigione in Turchia ha rielaborato e ampliato a partire dagli scritti dell’anarchico Murray Bookchin, e che prefigurava un modello politico che garantisse la partecipazione di tutte le etnie senza escluderne nessuna (esattamente uno dei problemi cardini del Medio oriente e all’origine di tanti conflitti) viene largamente ignorato. La convivenza pacifica, alla pari, tra etnie non rientra nella “partita a scacchi mondiale” nella quale le aspirazioni particolari di un gruppo sull’altro diventano lo strumento dell’influenza delle potenze in un’area.

Non è quindi possibile, a livello interno o esterno, ridurre tutto ad uno scontro tra democrazia e dispotismo o laicismo e fondamentalismo. Molti livelli si intrecciano ma al grande pubblico mondiale è stata data in pasto solo una versione semplificata delle cose, che ha permesso a ciascuna potenza di avanzare la propria agenda facendo leva sulle tensioni reali. E quindi aggiungendo a questa guerra un livello imperialistico che finisce per determinarne l’esito a prescindere da chi fosse realmente oppresso o meno. Se quindi le origini interne di un conflitto sono etniche, politiche, sociali di vari gruppi sul campo, l’intervento delle potenze a favore delle uno o delle altre finisce per rafforzare artificiosamente una parte sull’altra, subordinandola, però, agli interessi della potenza dietro le quinte (e nemmeno tanto “dietro” le quinte). Assad dovrà ricompensare i suoi alleati. Così come, se fossero state vittoriose le opposizioni, esse sarebbero state incrollabili alleate degli USA e dell’Occidente. Tutto il conflitto siriano, come altri, viene per lo più determinato dalla quantità di denaro e armi fatte piovere sulle varie fazioni. Le ipocrisie occidentali e orientali nascondono una realtà ben più complessa. E, d’altra parte, come ignorare che lo stesso Occidente, dopo aver cavalcato le opposizioni moderate, lasciato che si radicalizzassero, ora le abbandoni difronte al fatto che Assad con l’aiuto di Putin e dell’Iran si è dimostrato più forte e sta effettivamente vincendo la guerra…in nome del “laicismo”!

La Siria bottino di guerra.

La Siria era ed è, dopo tutto, un lauto obiettivo: un territorio ricchissimo di petrolio ed è un grande territorio che si affaccia sul Mediteranneo, il “mare di mezzo” corridoio commerciale e militare per tutte le potenze che ci si affacciano direttamente e indirettamente. È questo il motivo del “contenzioso”.
Quale che fosse la natura più genuina delle proteste anti-Assad del 2011 è stata largamente sopraffatta da altri interessi: una lotta intestina di potere che coincideva, o ha finito per coincidere, con la contesa del territorio siriano tra potenze regionali e mondiali. Le libere e legittime aspirazioni di quella parte di popolazione oggettivamente oppressa e stanca del regime sono state cavalcate e distrutte e poi tenute perfino artificialmente in vita a livello mediatico parlando di una “opposizione moderata” che incarnava quei valori quando ormai tutti gli elementi realmente laici erano stati dispersi dalle forze islamiste o erano fuggiti all’estero. La guerra in Siria è stata ed è una guerra imperialista che sfrutta le contese locali per l’espansione o la difesa delle sfere di influenza globali.

Tra le ricadute (parlando appunto della “ricompensa”) di questa guerra c’è già questo aspetto: la Russia aveva già una base militare in Siria, nel porto di Tartus, fondata nel 1971 con un accordo tra l’allora Unione Sovietica e la Siria. Attualmente la base è in fase di espansione e il governo siriano ha concesso alla Russia la sovranità del territorio della base per altri 49 anni. Con il potenziamento dell’istallazione, la Russia potrà ospitare una decina di navi da guerra, incluse quelle a propulsione atomica, diventando uno strategico sbocco sul Mediterraneo per l’imperialismo russo. Insomma, l’aiuto fornito ad Assad, come si vede, viene già lautamente ricompensato. C’è da scommettere che anche l’Iran e gli altri alleati del regime godranno dei frutti per la loro assistenza. Il problema, qui, non è che la Russia abbia ottenuto una posizione ancora più forte nel Mediterraneo. Gli USA, dal canto loro, è già dalla Seconda guerra mondiale che il Mediterraneo l’hanno militarizzato, sia con le basi NATO sia con basi USA. Il problema è che per i loro interessi strategici le potenze mondiali e regionali condizionano tutta la vita e le attività del pianeta – in questo caso, non unico, la vita del Medio oriente, con tutte le conseguenze politiche e umanitarie cui anche abbiamo assistito proprio negli ultimi anni.

La nuova posizione di forza della Russia nel Mediterraneo segnala una nuova tappa nell’escalation tra potenze, dopo i gravi fatti di Ucraina, altro scenario nel quale Occidente e Oriente non hanno lasciato che il proprio avversario occupasse completamente un territorio conteso. Ed anche su quei fatti, come in Siria, occorrerebbe uno sguardo diverso, non legato a malriposte simpatie per uno di due blocchi di potere identici e speculari nei loro obiettivi.

Venti di guerra?

L’escalation, il rafforzarsi dei conflitti regionali e delle guerre per procura, più o meno silenziose, può essere il segnale di qualcosa di molto grave. Non il semplice e graduale consolidarsi delle forze e delle posizioni delle rispettive potenze ma una fase di preparazione, uno “strappare” posizioni a tutti i costi ai propri avversari in previsione di un conflitto più grande di cui, oggi, anche a livello politico, economico, diplomatico si vedono quanto mai i segnali. Potrebbe non arrivare un vero e proprio conflitto mondiale militare ma “tanto vale essere preparati”.

Ciò cui stiamo assistendo negli ultimi tempi è il venir meno, per ora in parte, di alleanze che dopo la Seconda guerra mondiale sembravano solidissime e destinate a durare per sempre: l’Alleanza atlantica, in primis. L’alleanza, politica e militare, non solo viene picconata con la “guerra dei dazi” inaugurata da Donald Trump contro Canada ed Europa – una mossa fatta tanto per accontentare l’elettorato cui tante promesse erano state fatte di azioni risolute contro chi “danneggia” l’economica USA (e tutto l’imperialismo e il colonialismo economico USA, portato in punta di fucile / bomba dalla NATO?). Viene anche indebolita dalla volontà apparente dell’amministrazione Trump di sganciarsi o rivedere l’impegno e gli equilibri dell’alleanza militare stessa. Questo venir meno, formale o informale, dei vincoli che hanno legato per tanto tempo una parte del mondo non deve essere sottovalutata. Le spinte centrifughe – per altro, in mancanza di alternative sociali, politiche e ideali a livello internazionale – sono la spia d’allarme che, in previsione o temendo un conflitto in cui “ognuno dovrà pensare a se stesso”, spingono ad azioni unilaterali ogni paese, perfino dentro l’Unione europea dove, sulla questione migranti (guarda caso, provocata anche dall’interventismo dell’Occidente nei conflitti in Siria e Libria che le ha destabilizzazioni e fatte crollare) sta trovando apparentemente un ottimo “pretesto” per rompere le consuetudini e perfino le regole comuni.

Ancora una volta, rischiamo di trovarci sull’orlo di un più grande conflitto aperto di cui tutti questi avvenimenti, inclusa la ferocia con cui si stanno consumando guerre come quella siriana, sono forse delle avvisaglie. La brutalità con la quale quasi ogni fazione ha martoriato i propri nemici in Siria non è soltanto orripilante in sé: dà anche uno spaventoso senso, sebbene su scala “limitata”, di “soluzione finale”, del non badare a spese pur di sconfiggere nel più breve tempo possibile e nel modo più definito ogni resistenza fisica. Da un lato gli eccidi di massa sistematici dello Stato Islamico, una vera e propria pulizia etnica per sgombrare il campo da ogni presenza sgradita al loro irrealizzato Califfato, dall’altro i bombardamenti a tappeto, violentissimi con cui Assad e alleati hanno piegato la resistenza in certe zone…e non scordandoci dei bombardamenti altrettanti violenti e poco discriminati compiuti dagli USA a Mosul, in Iraq, e a Raqqa, in Siria. Ufficialmente, queste tattiche sono state giustificate proprio con la necessità di terminare il conflitto “nel più breve tempo possibile”. Ciò ha significato usare tecniche molto più indiscriminate, provocando la morte di migliaia e migliaia di persone tra i civili e i non combattenti.

Le guerre sono tutte diverse, tutte uguali.

Per non scadere nel “complottismo” e in una narrazione apocalittica che vorrebbe vedere in questa particolare ferocia un preambolo di un massacro mondiale, è bene ricordare che questi eccidi avvengono in effetti in ogni guerra, che non ci sono guerre “chirurgiche”, che l’uso o meno di armi “non convenzionali” non costituisce un elemento di maggiore o minore gravità o orrore di un conflitto. L’uso di certe armi – chimiche o nucleari – infligge sofferenze particolarmente atroci, è vero e nessuno lo può negare. Se tuttavia l’uso o meno di queste armi diventa un modo per rendere un conflitto più o meno accettabile a livello pubblico, e soprattutto per le mire delle potenze dietro i conflitti, la distinzione non regge. Un morto soffocato ed uno sventrato da una bomba “convenzionalissima” non fa molta differenza per il morto o chi lo vede morire. Il pietismo selettivo dei media mondiali, a tal proposito, fa orrore tanto più che serve a condannare alcuni morti, vittime di certi tipi di armi o di una violenza particolarmente efferata, automaticamente nascondendo e rendendo più accettabili, cancellandole dalla narrazione o ridimensionandone le tragedie perché vittime “convenzionali” oppure perché morti provocati non dal nemico ma dai propri alleati di cui bisogna salvare la reputazione per giustificare il supporto nei loro confronti. Questa ipocrisia dei poteri mondiali e dei media acritici, o solo parzialmente critici, posseduti da magnati e gruppi economici legati alle sorti del petrolio e degli apparati militari, mostrano o nascondono in modo “interessato“ le varie tragedie.  A prescindere da chi e come vengano uccisi, “I morti sanno solo una cosa:”, come dice il Soldato Joker, protagonista della pellicola Full Metal Jacket, “è meglio essere vivi”.

I veri nemici: il capitalismo e il potere.

In conclusione, senza quindi trarre conclusioni “apolatticheggianti”, è se non altro lecito sospettare che una serie di fenomeni cui assistiamo – il venir meno delle alleanze classiche, il risorgere del nazionalismo e del protezionismo, l’intensificarsi dei conflitti militari regionali per il controllo di territori e delle loro risorse – possano essere precondizione o avvisaglie per una guerra più grande. Potrà o non potrà verificarsi. Al di là di ciò che accadrà nei prossimi anni, c’è già materiale sufficiente per illustrare le tattiche, le strategie, le narrazioni che le vari attori utilizzano per giustificare i loro obiettivi e conseguirli. Tutto per il profitto e per il potere.

Ancora una volta, per il profitto di economie capitalistiche la cui fame è senza fine, per sistemi di potere e di controllo che per assicurarsi le risorse che alimentano il capitalismo si fanno la guerra, vediamo consumarsi tragedie enormi e vediamo avvicinarsi il pericolo di una guerra totale provocata dal fatto che quando questo sistema va in crisi e non riesce più ad espandersi e crescere fa la guerra, in ogni modo possibile e concepibile, per indebolire i propri avversari, distruggere le loro capacità economiche e riallargare il mercato dove prima non era possibile farlo, mentendo sulle sue vere intenzioni. Di mezzo ci vanno i popoli e il mondo.