Gruppo Anarchico Carlo Cafiero – Bari
Antiautoritarismo e Anticapitalismo, Libertà ed Emacipazione dalla schiavitù, Comunismo-Anarchico e Autogestione Sociale – in costruzione
ANALISI E PROPOSTE DAVANTI ALLA PANDEMIA 2020
Categories: General

La pandemia scopre di nuovo un sistema profondamente in crisi

La pandemia da coronavirus che sta travolgendo il mondo sta mettendo in evidenza tutta una serie di contraddizioni insite nel sistema di dominio globale e non c’è dubbio che i cambiamenti che produrrà nello stile di vita e nelle politiche dei governi di tutto il mondo avranno delle ripercussioni profonde e di lunga durata che ricadranno soprattutto sugli strati più deboli e indifesi delle popolazioni.

Se da un lato anche gli Stati si trovano, per forza di cose, ad affrontare una minaccia che rischia di far collassare le società e i sistemi produttivi capitalistici su cui si reggono, dall’altro non c’è motivo di non credere che una parte delle misure  e degli strumenti di monitoraggio e di controllo che stanno adottando in una situazione straordinaria e di emergenza potranno poi diventare permanenti, o saranno tenuti “pronti per l’uso” per altre evenienze di più stretto controllo sociale.

Inoltre, la facilità con cui in Cina l’epidemia ha compromesso la filiera produttiva mondiale ha mostrato una debolezza strategica del capitalismo globalizzato: il ricollocamento delle attività a livello mondiale, con la loro concentrazione in relativamente poche aree, rende vulnerabile il mondo intero ad una interruzione della produzione in un solo luogo. E sebbene questo, di per sé, probabilmente non sarà sufficiente ad invertire la globalizzazione, resterà un avvertimento rispetto ai rischi di aver smantellato industrie, conoscenze e competenze per ricollocarle dove potevano garantire miglior profitto, grazie alla manodopera a basso costo e zero diritti, e tutele ambientali inesistenti.

Accanto a questo, l’improvviso stress cui vengono sottoposti i sistemi sanitari occidentali, e in particolare quello italiano, dimostra le conseguenze nefaste delle politiche neoliberiste di austerità. Se da un lato è ragionevole pensare che, davanti ad un’epidemia così vasta, anche un sistema sanitario più forte avrebbe affrontato delle difficoltà, è altrettanto ragionevole credere che non ne avrebbe affrontate tante e così gravi come sta accadendo oggi, con l’attuale sproporzione tra posti letto e popolazione, con la carenza di attrezzature e materiale medico, con la riorganizzazione (in nome dell’efficienza) dei reparti e del personale – fenomeni che avevano già notevolmente indebolito la capacità del SSN di rispondere alle esigenze del territorio in tempi “normali”.

Ci troviamo davanti ad un evento epocale che le contraddizioni le fa esplodere, perché per la prima volta in decenni il mondo intero si trova difronte ad una sfida inattesa, imprevedibile e che di fondo rivela l’assoluta incapacità dei governi, del capitalismo e della classe dirigente di pensare in prospettiva, di programmare, di rafforzare attività e servizi sociali fuori dalla logica del profitto e del primato economico. Le ripercussioni di questa filosofia economica e politica non si riflettono soltanto sull’effettiva capacità organizzativa di rispondere alla crisi. Si sono riflesse anche sull’atteggiamento delle classi dirigenti politiche ed economiche, da un capo all’altro del mondo, nella loro incapacità di ammettere prontamente che un pericolo esisteva, e che bisognava fronteggiarlo nel modo più opportuno. In Cina si sono inizialmente censurati ed estromessi i medici che hanno parlato ‘anzi tempo’ dell’epidemia, in Occidente le popolazioni sono state inondate di messaggi positivi e rassicuranti, in entrambi i casi con il fine di non creare panico e non frenare l’economia.

Eppure, davanti ad una minaccia così eclatante, l’inazione e la confusione che hanno regnato inizialmente, e continuano a permanere, nelle classi dirigenti mondiali dimostrano solo una cosa: che la filosofia del primato economico è così radicata da impedire alla classe dominante di agire tempestivamente per fermare o quanto meno rallentare l’epidemia, accettando un rallentamento degli scambi, della vita sociale (cioè, del consumismo) e, in definitiva, il flusso dei profitti – evitando il più possibile lutti e sofferenze.  La cultura politica nazionale e internazionale è talmente intrisa delle dottrine capitaliste che la prima preoccupazione è stata ed è rassicurare i mercati ma anche la popolazione che deve produrre e consumare, per non alterare realmente ritmi e stili di vita. Se altri eventi della storia recente non avessero già lasciato trasparire l’attitudine nel complesso suicida dell’attuale sistema mondiale, questa ne è l’ulteriore prova. Nemmeno il timore di perdite economiche più grandi e più a lungo termine, dovute al ritardo nell’agire, è bastato a scuotere immediatamente chi ha il potere di decidere della vita e della morte del resto dell’umanità.

L’unico motivo per cui la reazione all’epidemia c’è stata – tardiva, confusa, paradossale –, mentre ad esempio si ignorano ancora le conseguenze del riscaldamento globale, è che mentre le conseguenze più devastanti del mutamento climatico si manifesteranno appieno “solo” nei prossimi decenni, il collasso sociale ed economico degli Stati, nel giro di relativamente pochi mesi, è invece un pericolo imminente.

Questo non toglie nulla al fatto che questo evento storico che stiamo tutti attraversando, nostro malgrado, ci può dare la grande opportunità di sottolineare con maggiore forza le contraddizioni di un sistema. Le ricadute di queste contraddizioni devastanti sono immediate e quotidiane, pesano sulla nostra vita, sulla nostra capacità individuale e collettiva di resistere. La crisi ci permette anche di riprendere a pensare e prospettare da dove ricominciare un’azione politica, economica, sociale e culturale per una società diversa.

Perché oltre alle carenze dal punto di vista sanitario, alla difficoltà negli approvvigionamenti, ai pericoli di allargamento delle pratiche di controllo, c’è anche il degrado di una società nel suo complesso, sempre più sprofondata nell’individualismo e nell’egoismo, sempre più libertina e consumistica e allo stesso tempo sempre più ignorante e distratta, che si dimostra incapace di comprendere e di reagire nella maniera più razionale e solidale possibile – fornendo alle autorità il pretesto per esercitare forme di limitazione della libertà ancora più severe e che vanno al di là di quelle che sarebbero le prescrizioni sanitarie legittime per far fronte ad un’epidemia, rivelando quanto sia funzionale l’ ‘indisciplina’ per instaurare pratiche di controllo ancora più feroci.

 Un’occasione per rilanciare critica e proposte

L’altra grande occasione che abbiamo è di recuperare un rapporto pieno con la conoscenza e con la scienza in un momento in cui il complottismo circa l’epidemia e le misure adottate per contrastarla sfuggono ad un’analisi lucida e scientifica del fenomeno e finisce per saldarsi col populismo sovranista. L’origine più o meno antropogenica del fenomeno non cambia ciò che è necessario fare per combatterla. La conoscenza, il patrimonio di esperienze collettive accumulato in centinaia di anni, deve servire ad affrontare meglio la vita, e riappropriarsene è l’unico strumento, anche e soprattutto in un momento come questo, per capire dove finiscono le misure necessarie a contrastare un’epidemia e dove comincia la propaganda e la restrizione indebita delle libertà.

In tutto questo, non si può ignorare nemmeno il ruolo crescente delle nuove tecnologie, il cui potenziale di tracciamento, monitoraggio e controllo degli individui – già ampiamente collaudato dai social network (il capitalismo di sorveglianza) – viene potenziato ed esteso in nome della ‘pubblica sicurezza’. Perché se in Cina e nei regimi autoritari queste sono pratiche consolidate da anni, anche in Occidente e nei regimi “liberali”, sempre nel nome della pubblica sicurezza, davanti ad una minaccia così pervasiva comincia a farsi strada l’idea che la “via cinese” del controllo nella lotta all’epidemia (e non solo) potrebbe essere un modello da imitare. La cessione dei dati personali che verrà richiesto dalle famigerate ‘app’ di tracciamento sanitario rende esplicito quello che è stato più o meno implicito o nascosto nelle pieghe delle “clausole” di utilizzo di software e piattaforme: che ogni nostra informazione entra in possesso dei proprietari di quegli strumenti, che possono quindi farne ciò che vogliono, dal venderle a terze parti per fini commerciali a passarle alle agenzie governative per un più profondo monitoraggio politico della popolazione.

Sta a chi ancora possiede pensiero critico e spirito scientifico recuperare e adottare tutti gli strumenti a disposizione per comprendere il confine tra le inevitabili misure da adottare per fare fronte a questa emergenza senza precedenti recenti e le minacce che rischiano di concretizzarsi sulla scia dell’emergenza.

In questa situazione la “rete internet”, con tutti i suoi servizi, è sicuramente servita a mantenere un minimo di contatti sociali – recuperando un po’ lo spirito delle prime reti libere “Usenet” autogestite via modem – ma proprio le implicazioni di tracciamento capillare statale attuato tramite le grandi società informatiche impongono di sviluppare sempre più sistemi di comunicazione e connessione alternativi e autogestiti, con la consapevolezza che anche tali sistemi non sono del tutto impenetrabili.

Che strada intraprendere?

Alla luce di tutte le contraddizioni che questa crisi solleva nuovamente, e che semplicemente covavano sotto la cenere di un’apparente “normalità”, è necessario cogliere l’occasione per ricreare una comunità e dei luoghi di pensiero critico, di azione e auto-organizzazione sociale anche se, inevitabilmente, il momento contingente ci obbliga tutti ad agire e discutere “a distanza” con i mezzi, per la maggior parte ‘tracciabili’, a nostra disposizione.

È necessario ricreare momenti e iniziative che siano in grado di monitorare, analizzare, comprendere e divulgare su basi scientifiche gli avvenimenti che attraversano questo mondo, per sottrarli al complottismo e alla propaganda. È altrettanto necessario che questi luoghi, che per ora si possono solo definire sulla carta accanto a quelli già esistenti, riprendano e amplino un lavoro di auto-organizzazione dentro il quale si ricreino non soltanto le competenze e le conoscenze scomparse, ma la comunità consapevole e il senso di responsabilità che può derivare solo da una comunità coesa – in questo caso coesa attorno a idee e pratiche per una società di liberi e uguali.

Ogni aspetto del sistema in cui viviamo si dimostra insufficiente e carente per affrontare le crisi che lo attraversano e travolgono: dal mancante senso di comune umanità derivante dal sistema educativo e culturale degradato, alla tutela delle migliori condizioni per chi lavora, alla capacità di garantire la salute.

Siamo davanti ad un’altra occasione che sarebbe meglio non perdere per rilanciare nella società un chiaro messaggio anticapitalistico, antiautoritario e autogestionario: nemmeno nelle società contemporanee, dove si dice che le questioni di classe e le disuguaglianze siano “superate”, questo modello politico ed economico è in grado di soddisfare i bisogni reali e di base della popolazione.

O la gestione di beni e servizi viene riportata nella società, sottraendola al principio del profitto e delle convenienze del potere, oppure non si potrà mai garantire che il frutto del lavoro di tutte e tutti ritorni alla collettività, senza mediazioni, sotto forma di educazione, salute, lavoro, cultura.

Il momento ci impone per forza di cose delle restrizioni che impediscono l’incontro diretto, il dibattito, la costruzione.

Vogliamo intanto lanciare, per chi vorrà coglierlo, l’invito a gettare le basi per delle iniziative permanenti di recupero delle conoscenze, per degli osservatori libertari sociali, culturali, scientifici, per una progettualità sociale che faccia proprie un insieme di competenze, conoscenze, capacità, che costituiscano la rete sociale, libertaria e autogestita: una chiara alternativa praticabile in contrapposizione al degrado della società in cui viviamo, recuperare le conoscenze, il lavoro, la cultura, la salute e, nei limiti delle capacità iniziali, rimetterle al servizio delle persone, fuori dalle logiche di potere e di profitto.

Accanto alle necessarie lotte per soddisfare i bisogni e difendere i diritti dei più deboli, bisognerà porre le basi per fondare una società con uno spirito di comunità nell’uguaglianza e nella libertà, che assolverà ai bisogni immediati e, si spera, potrà, più a lungo termine, estendersi a una società futura la più larga possibile.

Gli orizzonti non sono cambiati: “Lotta di Classe per una Società senza Classi, per l’Autogestione Sociale!”

Una umanità finalmente liberata alternativa a quella del poteredel profitto e del loro sottoprodotto più nocivol’egoismo individualecorporativodella classe dominante, che, riprendendo le parole di Buenaventura Durruti, “manderà all’aria questo mondo prima di sparire dalla Storia”.

Nessuno, qui ed ora, ha la capacità di invertire nettamente tendenze politiche, economiche e sociali globali diffuse e radicate; né ci si possono fare illusioni sulla difficoltà di realizzare una rete di comunità che possa sviluppare in poco tempo, con forza e costanza quei processi generali. Se ne possono gettare le basi, con un lavoro concettuale e pragmatico in cui ad ogni preciso problema sociale, economico e culturale, si individuino le forme che oggi può assumere l’iniziativa libera e autogestita per la rifondazione della società.

Perché questo sforzo assolverà il bisogno immediato di spazi e luoghi sociali alternativi, in cui vivere, creare, lavorare in comunità sempre più in grado, se sapranno armonizzarsi, di resistere, supportandosi l’un l’altra, e creare uno spazio di scambi tra competenze, bisogni, aspirazioni alternativo a quelli esistenti, palesemente incapaci di creare stabilità individuale, sicurezza sociale, risposte che tutelino tutti davanti alle crisi che si prospettano sempre più frequenti.

Per fare questo sarebbe necessario un programma condiviso degli anarchici…

Un anarchismo attualista, consapevole delle proprie forze di combattività e di costruzione e delle forze avverse, romantico col cuore e realista col cervello, pieno di entusiasmo e capace di temporeggiare, generoso e abile nel condizionare il proprio appoggio, capace, insomma, di un’economia delle proprie forze: ecco il mio sogno.” (Camillo BerneriPer un programma d’azione comunalistaParigi 1926).